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Artrite reumatoide, nuove speranze di cura dopo l’identificazione del gene che regola i danni ai tessuti

Pubblicato il 1 Settembre 2015

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 MG 0062Nuovi potenziali trattamenti saranno possibili dopo che un team di ricercatori è riuscito a identificare il gene che regola la gravità del danno tissutale causato dall’artrite reumatoide.

Nuove speranze di cura per l’artrite reumatoide, una malattia autoimmune che è causa di infiammazione, rigidità, dolore e deformazione delle articolazioni. Non esiste ancora una cura definitiva, ma con la scoperta di una proteina (C5orf30) che regola la gravità del danno tissutale, si potranno identificare e trattare precocemente i pazienti con maggiori probabilità di subire gli effetti più gravi della condizione. Condotta da un team internazionale, la ricerca è stata guidata dagli scienziati dell’University College di Dublino e dell’Università di Sheffield, grazie a un finanziamento dell’Arthritis Irlanda e dell’Università di Sheffield. Qui i ricercatori hanno analizzato campioni di DNA e campioni di biopsie prelevati dalle articolazioni di oltre 1.000 pazienti affetti da artrite reumatoide. «I nostri risultati – ha spiegato il prof. Gerry Wilson dalla Scuola UCD di Medicina e Scienze Mediche, University College di Dublino – forniscono un marcatore genetico che potrebbe essere utilizzato per identificare i pazienti affetti da AR che necessitano di trattamenti più aggressivi o una medicina personalizzata».Secondo il prof. Wilson, la possibilità di «aumentare i livelli della proteina C5orf30 nelle articolazioni potrebbe essere un nuovo metodo per limitare i danni ai tessuti causati dall’artrite reumatoide». Questo nuovo approccio può rivelarsi fondamentale perché una delle maggiori difficoltà nel trattamento di questa condizione è la diagnosi precoce. Identificando presto i pazienti e attuando un trattamento aggressivo, è possibile ridurre il danno alle articolazioni causato. Stabilire il trattamento più appropriato per ogni soggetto nella fase più precoce possibile è fondamentale per affrontare in modo efficace la condizione, concludono i ricercatori. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista PNAS.

( fonte:Salute Medicina)

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