CORSA FRA TUTTE LE GRANDI MULTINAZIONALI FARMACEUTICHE CHE UTILIZZANO LE TECNOLOGIE BIOTECH
È nei nuovi farmaci biotech la svolta attesa da decenni nella lotta contro l’artrite reumatoide, che porterà forse entro pochi anni alla sconfitta di questa malattia autoimmune sempre più diffusa, non mortale in sé ma tremendamente invalidante, vera emergenza del secolo per la rapidità con cui si espande.
Non a caso, una fitta serie di multinazionali si sta lanciando su questo mercato quanto mai redditizio e che raddoppia la crescita ogni due anni. Mancano stime specifiche perché è un comparto appena nato, quello dei farmaci biotecnologici antiartrite reumatoide, ma quello del biotech nel complesso l’anno scorso ha sfiorato i 7 miliardi di euro, una crescita del 44% sull’anno precedente.
Il primo farmaco biotech per l’artrite è l’etanercept, che con il nome commerciale di Enbrel è diventato subito il singolo prodotto più venduto dalla Wyeth, colosso americano da 17,4 miliardi di dollari di fatturato, 1,7 miliardi di utile netto e 52 mila dipendenti. Ha investito in Italia, negli ultimi cinque anni, 230 milioni di euro.
L’Enbrel è indicato anche per la psoriasi artropatica e inibisce senza effetti collaterali il TNF solubile (tumor necrosis factor, uno dei fattori che causano l’artrite reumatoide). «Galleggia nel liquido tra una cellula e l’altra e, se incontra il TNF alfa libero, lo neutralizza», spiega Guido Valesini, docente di Reumatologia alla Sapienza. Sono oltre 400.000 i pazienti trattati in tutto il mondo.
L’Enbrel è l’erede dell’infliximab (Remicade) dell’affiliata Wyeth Lederle, il primo farmaco biologico disponibile sul mercato dal 1999. Sempre la Wyeth produce ancora, con i metodi tradizionali della sintesi chimica, il metotrexato, antinfiammatorio ma anche antitumorale perché basato su una molecola che induce le cellule ad attivarsi per la replicazione e, all’ultimo momento, la blocca: le cellule si “confondono” e muoiono o restano inattive, procedura utile sia per le infiammazioni sia per diversi tumori.
Tornando ai farmaci biotech, più recente è l’adalimumab (Humira), anticorpo completamente umano della Abbott, 65 mila dipendenti e vendite in 130 Paesi. Al momento ci sono 190.000 pazienti in cura con il farmaco in tutto il mondo. L’Abbott Biotechnology, inaugurato all’inizio del 2007 a Barceloneta, Portorico, è il maggior impianto di produzione per il trattamento anti-TNF e uno dei maggiori centri al mondo per la produzione di anticorpi monoclonali.
Ma contro l’AR ci sono molecole ancora più recenti che agiscono ad altri livelli e sono efficaci quando gli altri farmaci non danno effetti.
Uno studio coordinato da Josef Smolen, reumatologo della Medical University di Vienna e pubblicato da Lancet, sottolinea l’efficacia di tre farmaci di ultimissima generazione: rituximab, abatacept e tocilizumab.
Il primo, venduto da aprile come MabThera dalla Roche, è una terapia selettiva dell’AR basata sui linfociti B, cellule del sistema immunitario. Nasce per il trattamento del linfoma non-Hodgkin. «Molti di questi malati erano soggetti anche ad artrite reumatoide – spiega Valesini – e si è capito che i linfociti B, che di regola servono a difenderci dalle infezioni, hanno un ruolo importante nella patologia».
Il vantaggio è la selettività nel colpire le cellule malate e annullare gli effetti collaterali. La Roche, colosso da 26 miliardi di euro di fatturato, 840 milioni solo per l’Italia, con filiali in 150 Paesi e quote di maggioranza in Genentech (USA) e Chugai (Giappone), ha anche in fase di sperimentazione il tocilizumab (Actemra), inibitore dell’attività di IL-6, altra proteina che svolge un ruolo centrale nel processo infiammatorio dell’AR.
Frutto della ricerca comune con Chugai, agisce anche sugli effetti sistemici dell’artrite reumatoide, quali spossatezza, aumento delle malattie cardiovascolari e osteoporosi.
Spiega Fabrizio De Benedetti, responsabile del Laboratorio di Reumatologia del Bambino Gesù di Roma: «I primi risultati sono incoraggianti. I pazienti, appena dopo la somministrazione, mostrano segni di miglioramento. Nel 2008 partirà uno studio controllato multicentrico i cui risultati si avranno nel giro di un anno e mezzo». L’uscita è prevista per il 2009.
L’abatacept (Orencia) è della Bristol-Myers Squibb, azienda con 115 anni di vita e un fatturato di 20 miliardi di dollari, 600 milioni di euro in Italia. È la prima proteina di fusione umana che viene utilizzata in combinazione con metotrexato, un chemioterapico.
Il principio attivo sopprime l’attività delle cellule T presenti nel sistema immunitario, che sono responsabili dell’infiammazione. Per poter agire, le cellule T devono prima essere attivate. Ciò avviene quando alcune molecole, i “segnali”, si legano ai recettori presenti sulla superficie di tali cellule. Abatacept è stato creato per legarsi a due di queste molecole, CD80 e CD86, impedendo loro di attivare le cellule T.
Viene prodotto con la tecnologia del DNA ricombinante, ottenuto da una cellula dotata di un gene che la rende in grado di produrlo.
E mentre anche la Novartis annuncia di avere allo studio un farmaco del genere, dal congresso di Boston dell’American College of Rheumatology è arrivata la conferma che l’abatacept offre una nuova possibilità di cura per il 60% dei pazienti che manifesta una risposta insufficiente o intolleranza alle terapie biologiche anti-TNF.
Indipendentemente da chi vincerà la sfida, tutti i farmaci resteranno di fascia H, ossia somministrati in ospedale.
Fonte: http://www.repubblica.it/supplementi/af/2007/11/12/scienze/027reumax.html