Workshop europeo da oggi a Firenze: punti di contatto in ricerca e cure nell’artrite reumatoide
Dal 21 febbraio sino al 24, a Firenze, si svolge il 27° workshop europeo di ricerca, presso l’Hotel Sheraton, in collaborazione con la Sezione di Reumatologia dell’ateneo toscano.
Quasi sei milioni di persone in Italia soffrono di malattie reumatiche, un gruppo di circa trenta diverse patologie, dall’artrosi all’artrite reumatoide, al lupus eritematoso sistemico, alla sclerodermia, alle connettiviti, alle polimiositi, alla sindrome di Raynaud… Alcune sono di tipo autoimmune, altre hanno decorso degenerativo e metabolico.
Esistono una serie di parallelismi tra le malattie reumatiche infiammatorie croniche, a cui appartiene l’artrite reumatoide, e l’artrosi con le neoplasie. Ovviamente si tratta di malattie ben diverse, con differenti decorsi, ma alcuni tumori hanno degli aspetti in comune con i “reumatismi”, tra questi la flogosi, o infiammazione, e le alterazioni a livello dei capillari. Esistono già, di fatto, approcci terapeutici e preventivi comuni ai due disordini.
Uno dei principi attivi di cui storicamente hanno beneficiato i pazienti reumatici e che si può applicare a quelli oncologici è l’aspirina, un farmaco che ha 110 anni.
CELLULE CHE PROLIFERANO
La patogenesi dell’artrite reumatoide (AR) coinvolge la proliferazione delle cellule del “microambiente” sinoviale (sinoviociti, cellule mesenchimali ed endoteliali, globuli bianchi), causa la fibrosi e la formazione di un tessuto anomalo, il cosiddetto “pannus” o panno sinoviale, e infine porta all’erosione della cartilagine e dell’osso.
Questo avviene a seguito dell’attivazione di fattori di crescita, citochine – le principali: interleuchina 1 (IL-1) e fattore alfa della necrosi tumorale (TNF-alfa) –, cicloossigenasi 2, prostaglandine ed enzimi proteolitici, spesso gli stessi o analoghi mediatori d’infiammazione considerati fattori di rischio per alcuni tumori.
Alcune molecole sono alterate nell’artrite reumatoide e anche in alcuni tumori, del colon per esempio, e sono capaci di stimolare l’infiammazione e l’angiogenesi non solo sinoviale, ma anche tumorale, ovvero la crescita di nuovi vasi sanguigni che consentono al cancro di svilupparsi.
L’AR determina un grave processo di distruzione dell’articolazione, della cartilagine e dell’osso che, a lungo termine, causa perdita della funzione articolare e invalidità. Questa capacità di intaccare l’osso e invaderlo, grazie alle proteasi e ad altri enzimi, contraddistingue anche i tumori metastatici, come quelli del seno e della prostata, capaci di colonizzare le ossa.
Nell’AR il panno iperplastico sinoviale che aggredisce cartilagine e ossa riorganizza la propria struttura vascolare. Analogamente, nel cancro una formazione abnorme di vasi sanguigni ha luogo in risposta alla produzione di fattori angiogenici, sia direttamente da parte delle cellule tumorali sia in seguito allo stimolo infiammatorio presente in alcune aree tumorali, e favorisce l’alimentazione e la diffusione metastatica della massa tumorale.
IL TRATTAMENTO
Per la terapia dei “reumatismi” si sono usati in passato farmaci antinfiammatori non steroidei, i FANS, di cui l’aspirina è il capostipite, seguita da ibuprofene, naprossene e altri, ma anche cortisonici, dotati di un effetto rapido ma limitato nel tempo, e principi alleviatori del dolore e della febbre, come acetaminofene, paracetamolo ecc.
Nell’AR si impiegano anche farmaci biologicamente attivi che sono in grado di modificare il decorso della malattia. Alcuni di questi composti sono nati per altre indicazioni, a testimoniare il nostro concetto che la patogenesi dell’AR è comune ad altre malattie acute e croniche: tra di essi la ciclosporina, un farmaco antirigetto per i trapianti, l’idrossiclorochina, un antimalarico, e il metotrexato, proprio un antitumorale.
Già da qualche anno si sono affacciate sul mercato nuove prospettive terapeutiche; forse le più promettenti si basano sugli inibitori biologici delle citochine (TNF-alfa, IL-1…), come l’infliximab, l’etanercept e l’adalimumab. Sono farmaci ad azione rapida, circa due settimane, e hanno notevole potenza nel bloccare il processo erosivo-distruttivo.
Purtroppo solo due terzi dei trattati rispondono agli anti-TNF-alfa. Inoltre, queste sostanze hanno l’effetto di ridurre in parte le difese immunitarie e quindi aumentare il rischio di infezioni, problema che accompagna anche la somministrazione prolungata di ciclosporina, cortisone o derivati.
Esiste infine la possibilità di attaccare l’altra principale citochina causa dell’AR, l’interleuchina 1. Kineret (anakinra), un recente farmaco per la terapia biologica dell’AR, è costituito da una forma ricombinante del recettore di IL-1 (IL-1Ra), che consente di bloccare l’attività di IL-1 e la cascata infiammatoria.
Come in oncologia, anche in reumatologia si ricorre sempre più spesso a combinazioni terapeutiche.
LE NOVITÀ
Il rituximab, un farmaco utilizzato nella cura di alcune malattie neoplastiche, i linfomi di tipo B, ora trova applicazioni in reumatologia. Si tratta di un anticorpo monoclonale ed è il primo trattamento per l’AR che sceglie come bersaglio i linfociti B, in modo da bloccare la sintesi di anticorpi, i quali, in caso di malattia autoimmune quale l’AR, attaccano i tessuti stessi dell’organismo e promuovono l’infiammazione.
L’autorità statunitense ha approvato in dicembre l’uso di celecoxib, un inibitore specifico dell’enzima COX-2, nell’artrite reumatoide giovanile. Parallelamente, celecoxib (Celebrex) aveva dato promettenti risultati nella prevenzione degli adenomi del colon, campo in cui non è ancora certificato, a causa dei possibili effetti collaterali cardiovascolari.
Altri “coxib” studiati nell’artrite sono il lumiracoxib (Prexige) e l’etoricoxib (Arcoxia).
Adriana Albini
Polo Scientifico/Tecnologico IRCCS Multimedica, Milano
Fonte: http://www.repubblica.it:80/supplementi/salute/2007/02/22/medicinaricerca/017ste52417.html